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Lo sloveno imparato dagli italiani in 4 storie

23/05/2010

IL PICCOLO - 23 maggio 2010

Sull’immagine di Trieste cosmopolita si sono versati fiumi d’inchiostro, ma nella realtà è difficile parlare di transculturalità in questa città. Rare eccezioni a parte, sloveni e italiani a Trieste sono rimasti due comunità separate a livello linguistico e culturale, e se per gli sloveni imparare l’italiano è stata una scelta obbligata, gli italiani che hanno provato a cimentarsi con la lingua slovena sono davvero pochi: circa 5000 persone in 40 anni. Quattro esponenti di questa esigua minoranza si sono incontrati venerdì scorso al Narodni Dom per raccontare, in occasione della Giornata internazionale della diversità culturale, la propria personale esperienza. Per alcuni la scelta è stata indotta dalla propria origine: è alta a Trieste la percentuale d’italiani con radici slovene. Per altri è stato il caso: «Fino a 20 anni ho ignorato l’esistenza degli sloveni a Trieste – racconta Michele Clara, economista e funzionario dell’agenzia Unido di Vienna -. Poi sono finito a fare il servizio civile ai circoli sloveni: lì ho imparato la lingua e ho conosciuto la mia futura moglie». Per altri ancora, una forte volontà: «Quando ho iniziato a studiare lo sloveno – spiega Patrizia Vascotto, presidente del Gruppo 85 e lettrice di lingua italiana all’Università di Lubiana – l’ho fatto per il mio credo politico, ma presto ho scoperto di essere la sola ad aver fatto questa scelta, anche tra quelli che politicamente mi erano affini». Ma quanto conta la comprensione di una lingua per realizzare la conoscenza di un’altra cultura? «Una conoscenza almeno passiva dello sloveno è indispensabile in questa città – dice Andrea Sgarro, docente di matematica all’Università di Trieste, poliglotta nato da una famiglia di “italiani rumenizzati e sloveni italianizzati” - . Da ragazzino ho vissuto a Ponziana, al tempo un confine etnico: erano numerosi gli sloveni residenti da lì a Servola. Trovarmi a pochi metri da casa e sentirmi già straniero, perché i miei compagni di giochi parlavano una lingua per me incomprensibile mi provocava una sensazione di fastidio cui ho dovuto porre rimedio». La strada verso un futuro di comprensione reciproca pare essere ancora lunga. Un suggerimento dai relatori dell’incontro? Basterebbe partire dalla scuola: «I miei figli li ho iscritti alla scuola slovena», dice l'antropologo e giornalista Enrico Maria Milic. Giulia Basso